Il batterio che ama il sale

L’infezione a opera del batterio Helicobacter pylori è riconosciuta come un importante fattore di rischio di tumore allo stomaco. Questo particolare batterio ha la caratteristica di resistere all’ambiente molto acido dello stomaco umano e di riuscire a colonizzare le cellule gastriche tramite il suo flagello a forma di elica (da cui il nome) che gli permette di ‘avvitarsi’ sulle cellule. Si ritiene che la metà degli abitanti del pianeta sia infetta da Helicobacter pyloti ma che nella maggior parte dei casi l’infezione sia asintomatica, rimanendo in uno stato latente senza causare danni all’apparato digerente. In circa l’1% dei casi, invece, provoca un’infiammazione della mucosa dello stomaco, elemento che introduce delle mutazioni nel materiale genetico delle cellule e aumenta il rischio di tumore. Studi recenti suggeriscono che ad innescare una sorta di dominio infiammatorio sia proprio la presenza eccessiva di sale nell’alimentazione che stimola la produzione di proteine procancerose da parte del batterio. In altre parole, senza essere un agente cancerogeno propriamente detto, il sale può favorire la comparsa e l’evoluzione del tumore allo stomaco perché è in grado di creare le condizioni ottimali in cui l’Helicobacter pylori può esprimere tutto il proprio potenziale infiammatorio e oncogeno.

(tratto da Vivere anticancro, Richard Belviveau-Denis Gingras)

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Magnesio, dove trovarlo

Il magnesio è necessario per vari processi biochimici quali, ad esempio, digestione, sintesi proteica, produzione di energia cellulare, metabolismo del glucosio. Il magnesio è la chiave per il giusto utilizzo del calcio e del potassio e di molti altri nutrienti. Il magnesio è presente in una vasta scelta di alimenti e in particolare in quelli freschi a foglia verde, essendo esso un elemento essenziale della clorofilla. Il magnesio si trova anche nei semi oleosi (semi di girasole, etc), in noci, mandorle, pistacchi, nocciole, datteri, arachidi, banane, fichi, mele, pesche, albicocche, germe di grano intero, cereali integrali, miglio, mais, soia, legumi, fagioli di Spagna, aglio, pesce, broccoli, topinambur. Questo minerale essenziale è carente in tutti i cibi raffinati e in quelli trattati con concimi, pesticidi e altre sostanze chimiche.

La carenza di magnesio può causare insonnia, risvegli con spasmi muscolari, crampi, tensione, nervosismo, irrequietezza; la carenza può anche influire negativamente sulla contrazione del cuore, alterando le funzioni fisiologiche che è deputato a svolgere.

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Ruota macrobiotica

Quali sono le indicazioni per una dieta macrobiotica standard? Ecco che cosa deve essere presente tuti i giorni. I cereali dovrebbero rappresentare il 40-60% dell’alimentazione quotidiana. Essi vanno consumati preferibilmente in chicchi ed integrali. Altri modi di consumare i cereali sono sotto forma di farine, cereali spezzati, fiocchi, pasta e prodotti da forno salati. Un piatto a base di cereali dovrebbe essere presente in ogni pasto. Nella dieta macrobiotica il riso integrale è ritenuto il cereale più completo e più equilibrato, ma possono essere utilizzati anche tutti gli altri cereali (grano, farro, kamut, orzo, avena, segale, miglio, mais, grano saraceno). Le verdure devono rappresentareil 25% del cibo quotidiano, usando sia radici (carote, ravanelli, rape) sia verdure che crescono a livello del suolo (cavoli, cipolle, zucche), sia foglie verdi (broccoli, cime di rapa, insalate). Non adatte, secondo i dettami macrobiotici, almeno per l’uso regolare, quelle molto acide o di origine tropicale: pomodori, patate, melanzane, peperoni, asparagi, spinaci. I legumi, che costituiscono un’importante fonte di proteine vegetali, in combinazione con i cereali integrali, dovrebbero rappresentare il 10% dell’alimentazione quotidiana. Altre fonti di proteine vegetali sono: tofu, tempeh, seitan. Inoltre ogni giorno si dovrebbero mangiare le alghe marine e condimenti come miso, salsa di soia, etc.

Tutti i cibi consumati devono provenire preferibilmente da agricoltura biologica.

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Cibi da eliminare secondo ‘piano Campbell’

Ecco i cibi da eliminare secondo Il piano Campbell: grassi puri, ovvero tutte le varietà di olio, burro, margarina, succedanei del burro (comprese le fuorvianti varietà cosiddette ‘sane’ o ‘dietetiche’); maionese; condimenti da insalata con qualsiasi percentuale di ‘olio’ nell’elenco degli ingredienti; farine di grano raffinato (bianche), farine da cucina e da dolci, 00 e ‘non sbiancate’; pasta a base di cereali raffinati (tutte quelle che non riportano sulla confezione la dicitura 100% integrale); pane a base di cereali raffinati (tutto quello che non è dichiaratamente 100% integrale), crostini di pane; dolci confezionati, caramelle, biscotti, torte, dolci surgelati; barrette energetiche (salvo quello che contengono solo cereali integrali); cereali da colazione: tutti quelli non integrali o che contengano qualsiasi quantità minima di zucchero aggiunto; qualsiasi prodotto con più di 6 g di zucchero o più del 15% di calorie provenienti dai grassi per porzione; riso bianco; dolcificanti artificiali; miscele per torte e biscotti; miscele per cioccolata calda e bevande dolci; panna per il caffè; latte vaccino, formaggi (di qualsiasi tipo); yogurt di latte vaccino (anche quello greco); carne (manzo, maiale, pollo, tacchino e di qualsiasi altro genere), molte pietanze surgelate (qualunque prodotto contenente carne, formaggio, olio); molte salse confezionate (qualunque prodotto con più del 10% di calorie provenienti dai grassi); salse di pomodoro (qualunque prodotto con più del 10% di calorie proveniente da grassi).

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Alcol, maggior rischio tumori seno

Il consumo di bevande alcoliche è associato ad un rischio di maggiori tumori mammari, in particolare i tumori che esprimono i recettori estrogeni, come confermato da decine di studi. Nello studio EPIC (dr. Franco Berrino – Istituto Nazionale Tumori Milano) si è riscontrato un rischio relativo pari a 1,03 per ogni dose di alcol dell’ordine di 10 grammi (pari a un bicchiere di vino, una lattina di birra, un bicchierino di liquore o di distillato) al giorno. Altri studi e le meta-analisi hanno trovato rischi superiori, dell’ordine del 5-10% in più per ogni dose. Una meta-analisi degli studi pubblicati entro il 2008 ha mostrato che il rischio è particolarmente alto per i tumori che esprimono sia i recettori per gli estrogeni sia i recettori per il progesterone. Una meta-analisi recente evidenzia un’aumentata mortalità solo per consumi superiori a 20 g al giorno da parte di pazienti che consumano alcol dopo un primo tumore mammario (Gou Y.J., 2013, Asian Pacific J Cancer Prev, 14:4785).  Il meccanismo con cui l’acol aumenta il rischio di cancro mammario – spiega il dr Berrino – dipende verosimilmente dal suo effetto sugli ormoni sessuali: nella donna il consumo anche solo di una piccola quantità di bevande alcoliche fa innalzare immediatamente il testosterone nel sangue. Il consumo abituale è associato ad un significativo aumento della concentrazione plasmatica di androgeni e. ma in grado minore, di estrogeni, l’aumento è proporzionale alla dose.

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Mandorle per controllare peso e colesterolo

Una manciata di mandorle al giorno potrebbe aumentare la durata e la qualità della vita. Secondo uno studio della Pennsylvania State University, questo alimento è ricco di sostanze nutritive in grado di ridurre il colesterolo, mantenere il peso forma, e allontanare il rischio di sviluppare una malattia cardiaca. I ricercatori sono convinti che consumare ogni giorno circa 42 grammi di mandorle potrebbe ridurre il rischio di morte precoce.
Queste conclusioni sono state pubblicate sul Journal of the American Hearth Association: i ricercatori hanno confrontato le diete di 52 persone in sovrappeso, di adulti di mezza età con colesterolo alto per 12 settimane. Nell’esperimento, metà dei soggetti sono stati invitati a mangiare per 6 settimane dei muffin di banane che hanno fornito la stessa quantità di calorie delle mandorle intere naturali mangiate dall’altra metà del gruppo. Nonostante le differenze di peso fra i due gruppi di soggetti, la dieta a base di mandorle è stata associata ad una riduzione significativa del grassp che si accumula sul girovita e sulle gambe. Non solo. Il consumo di mandorle è stato correlato anche ad una riduzione del colesterolo e, di conseguenza, ad una riduzione del rischio di sviluppare malattie cardiache.
Un’altra ricerca ha messo in luce che l’assunzione di estratti di curcumina può avere effetti di riduzione del colesterolo. Più esattamente l’assunzione giornaliera di 1890 mg di curcumina per 12 settimane in pazienti affetti da sindrome metabolica è risultata associata ad un effetto ipolipemizzante (Division of Endocrinology and Metabolism, Department of Internal Medicine, Chung Shan Medical University Hospital, Taichung, Taiwan; Institute of Medicine, Chung Shan Medical University, Taiwan). Questo studio ha preso in esame le conseguenze dirette per opera della curcumina su peso corporeo, glucosio e profili lipidici. Di solito curcuma e curcumina si trovano negli estratti integrali sinergici, assieme a radice di tarassaco, foglie di carciofo, radice di scutellaria, oli essenziali di rosmarino e menta, da utilizzare appunto nelle ipercolesterolemie e nelle ipertrigliceridemie.

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Dieta mediterranea contro Tumori endometrio

Endometrio, meno tumori grazie alla dieta mediterranea
Anche il CRO di Aviano nella ricerca tutta italiana

La dieta mediterranea fa la differenza anche per contrastare il rischio di ammalarsi di tumore dell’endometrio: le donne che presentano una più alta aderenza a seguire i canoni della dieta mediterrane, notoriamente povera di carni, latte e latticini, mostrano una riduzione del rischio di tumore dell’endometrio del 57% rispetto alle donne che non seguono, o seguono scarsamente, i dettami della dieta mediterranea, dichiarata, non a caso, patrimonio Unesco. Ogni anno si ammalano di questo tumore 8 mila donne.
Come mai? Semplice: gli effetti antitumorali di questa dieta sono associati all’elevato contenuto di antiossidanti, fibre e grassi polinsaturi. Questa ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul British Journal of Cancer, è tutta italiana: Istituto Mari Negri di Milano, in collaborazione con il Centro di riferimento oncologico di Aviano, l’Università di Milano, l’Istituto nazionale tumori di Napoli e l’Università svizzera di Losanna.
Merito di questo studio è rilevare, una volta di più per chi ancora avesse qualche dubbio sul ruolo delle abitudini alimentari quali fattori di protezione dalle malattie tumorali, che la scelta consapevole di una dieta ricca di frutta e verdura, pesce, cereali e grassi polinsaturi, può contribuire a ridurre di molto il rischio di comparsi anche del tumore dell’endometrio.
La correlazione messa in luce in questa ricerca punta molto sul ruolo complessivo giocato dalla dieta, più che sul singolo elemento, quindi è uno stile complessivo di alimentazione a determinare la funzione protettiva.
La relazione fra aderenza alla dieta mediterranea e rischio di tumore dell’endometrio è stata valutata in oltre 5 mila donne italiae con uno studio-controllo.
Ricordiamo in questa sede anche che la dieta mediterranea ha un’azione protettiva anche nei confronti di altre forme tumorali, come ad esempio i tumori del cavo orale, stomaco, fegato e pancreas.

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Tumori, tenete bassa glicemia e insulina

 

 

Tenere bassa la glicemia è un pilastro per prevenire il cancro e, nel caso in cui la malattia si sia manifestata, per evitare le recidive, come scrive il medico Franco Berrino, patologo, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, nel suo libro Il cibo dell’uomo, edito dalla FrancoAngeli.

I fattori di crescita, se sono in eccesso, e molto spesso lo sono a causa di quello che abitualmente mangiamo, possono favorire la crescita dei tumori. Le abitudini alimentari possono davvero fare la differenza.

Tenete bassa la glicemia! Le cellule tumorali consumano molto più glucosio delle cellule normali e sempre più studi evidenziano che chi presenta la glicemia alta – scrive il dr. Berrino – pur nell’intervallo di normalità si ammala di più (per es. tumori della mammella, del cervello, del pancreas) e se si è ammalto ha una prognosi peggiore. E’ risaputo che i pazienti diabetici si ammalano di più di cancro, ma la condizione prediabetica, o quando la glicemia è verso l’alto dei valori normali, è associata a rischi ancora più alti. La glicemia nella zona alta dei valori normali (superiore a 100 mg/100 ml) è associata ad un rischio di ammalarsi di cancro dell’ordine del 20% superiore rispetto a chi sta nella zona bassa dei valori normali (< 90). Il rischio è particolarmente elevato per il cancro del fegato e delle vie biliari e del pancreas, ma è stato riscontrato significativamente elevato anche per il cancro colonrettale, per la mammella, la vescica, la prostata, la tiroide, la cervice uterina, e, ma non sempre, per linfomi e leucemie.

Tenere bassa la glicemia aiuta a tenere bassa l’insulina e quindi i fattori di crescita, ecco perchè il medico Berrino raccomanda di evitare farine raffinate (00 e 0), pane bianco, dolciumi commerciali, patate, riso bianco, fiocchi di mais, frutta molto zuccherina. Si deve evitare anche lo zucchero, ancora di più lo sciroppo di glucosio e fruttosio. Dobbiamo abituarci a gusti meno dolci.

Tenete bassa l’insulina! Per tenere bassa l’insulina la regola generale è quella di mangiar poco, eliminando i cibi ad alto indice glicemico e cibi ricchi di grassi animali (carni rosse, salumi, formaggi) che aumentano la glicemia in quanto ostacolano il funzionamento dell’insulina. Berrino raccomanda anche di evitare il latte, compreso quello scremato, che determina l’aumento di insulina e raccomanda di limitare molto i cibi ricchi di proteine, soprattutto le proteine animali, in questo modo si tengono bassi i fattori di crescita e si può dare scacco matto a infiammazioni e tumori, controllandone positivamente anche la loro evoluzione in senso prognostico. Favoriscono l’infiammazione tutti i cibi animali, eccetto il pesce (scegliere però i pesci piccoli), come pure favoriscono processi infiammatori lo zucchero e i cibi ad alto indice glicemico.

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Terapia antitumorale C

Solo la somministrazione endovenosa (e non quella orale) di vitamina C produce un’alta concentrazione nel plasma e nelle urine che può determinare un’attività antitumorale, questo il risultato dei ricercatori del NIH (National Institute of Health): le infusioni endovenose hanno prodotto livelli ematici di vitamina C 140 volte superiori a quelli ottenuti con megadosi per via orale. La vitamina C in alta concentrazione è tossia per le cellule tumorali in vitro. Ricercatori giapponesi hanno indicato che “concentrazioni più elevate di vitamina C hanno indotto morte per apoptosi (suicidio programmato, ndr) in varie linee cellulare tumorali, tra cui carcinoma con cellule orali squamose e tumore alle ghiandole salivari”; inoltre quando la vitamina C viene applicata alle cellule tumorali in laboratorio, il numero delle cellule tumorali inizia a diminuire dopo due giorni. Una ricerca condotta dalla McGill University in Canada ha riportato che la vitamina C è selettivamente (citotossica) per molte linee cellulari del cancro e ha attività antitumorale in vivo – confermata in pazienti – se somministrata da sola o insieme ad altri agenti. questa tossicità selettiva significa che la vitamina C endovenosa è tossica per le cellule tumorali ma non per quelle umane sane.

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Dieta veg per atleti agonisti

Per garantire le prestazioni sportive non è assolutamente necessario, come più studi hanno confermato, mangiare carne e proteine animali: “Le diete vegetariane sono in grado di soddisfare il fabbisogno degli atleti agonisti. Gli atleti possono egualmente soddisfare il loro fabbisogno proteico esclusivamente a partire da fonti vegetali. Le diete vegetariane che soddisfino i fabbisogni energetici e che contengano una varietà di cibi ricchi di proteine vegetali, quali i derivati della soia, i legumi, i cereali, le noci e i semi oleaginosi, possono fornire una quantità adeguata di proteine senza richiedere l’uso di cibi speciali o integratori” (cfr. Larson, D.E., “Vegetarian athletes”, in: Rosenbloom, C.A., ed., Sports Nutrition. A Guide for the professional working with active people, 3rd ed. Chicago, IL: American Dietetic Association, Sports, Cardiovascular, and Wellness Dietetic Practice Group, 2000, pp. 405-425).

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