OLIO DI PALMA, PARLA IL NUTRIZIONISTA

Non esiste (quasi) prodotto che non contenga olio di palma… Persino nei circuiti biologici si deve prestare la massima attenzione alla lettura degli ingredienti, visto che in moltissime confezioni lo troviamo. La sensibilità alimentare e salutista sta per fortuna aumentando, per cui in bella evidenza si possono leggere le scritte rassicuranti oil palm free oppure ‘solo olio di girasole’, ‘solo olio extravergine’. Ma nella grande distribuzione il settore è colonizzato dall’olio di palma. Per capire le ricadute sul nostro organismo abbiamo intervistato per i nostri lettori il biologo nutrizionista Mauro Meloni. Qui potete leggere un estratto dell’intervista che trovate integralmente sul free press Staresani in distribuzione in ospedali, strutture mediche, farmacie, parafarmacie e luoghi deputati alla salute.

Dottore, olio di palma sì o no?
“L’olio di palma è sicuramente uno tra gli argomenti più dibattuti in campo alimentare di quest’ultimo periodo. Discordanti le opinioni tra gli esperti del settore riguardo alla sua probabile nocività ed inoltre i mass-media non fanno altro che creare ancor più confusione tra i milioni di consumatori italiani”.
Questo olio è un grasso vegetale saturo e come tutti i grassi saturi fa male, giusto?
“L’olio di palma è un olio/grasso vegetale estratto dalla polpa del frutto dell’omonima pianta. Nella sua forma grezza è ricco di sostanze come carotenoidi, in primis, oltre che tocoferoli (vitamina E), fenoli e fitosteroli. In seguito a raffinazione perde una buona quota dei suoi principi attivi più utili come succede del resto a gran parte delle sostanze soggette a questo processo. Il prodotto raffinato è caratterizzato da un’elevata percentuale di grassi saturi, circa il 50%, ed in particolare da acido palmitico, grasso saturo a catena lunga.
E quindi al fisico che cosa può succedere?
“Come la maggior parte dei grassi di questo tipo, se consumato in eccesso può determinare un aumento dei livelli ematici di colesterolo ‘cattivo’ (LDL) costituendo di conseguenza un fattore di rischio cardiovascolare”.

Per approfondire:
http://www.rspo.org/certification
http://www.eufic.org/index/it/
http://ndb.nal.usda.gov/ndb/foods

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Minerval contro tumori cerebrali

Gli studi condotti in vitro e su modelli animali sono incoraggianti. Il prodotto Minerval scoperto da due ricercatori, uno spagnolo e un inglese, viene testato in alcuni pazienti affetti da tumori cerebrali maligni. Minerval, per la sua bassa tossicità e i suoi effetti anti-tumorali (come si legge negli articoli scientifici che si producono Minerval 2013 MINERVAL 2014 SFINGOLIPIDI Minerval CT MINERVAL ESCRIBA’ Minerval Orphan Drug) viene somministrato con esiti per ora pi che soddisfacenti. Ci sono alcuni pazienti che risulterebbero in remissione anche dal GBM (glioblastoma). Siamo entrati in contatto con il professore che ha scoperto, dopo vari anni di studi, il meccanismo che potrebbe indurre la risposta: si tratta del dr. Pablo V. Escribà, del Laboratorio di Biomedicina Molecolare e Cellulare del Dipartimento di Biologia dell’Università delle Baleari. Sottolineiamo in questa sede che Minerval è prodotto da uno spin-off dell’Università, la Lipopharma Therapeutics e che il prodotto “Acido 2-idrossioleico” o ‘2OHOA’ è registrato dall’EMA (l’Agenzia europea dei farmaci) quale medicinale orfano sotto il numero EU/3/11/916. La registrazione è stata resa possibile proprio per i risultati delle sperimentazioni per il trattamento del glioma.

E’ partita da qualche tempo la fase 1/2A open label, studio non randomizzato avviato in pazienti con tumori solidi in stadio avanzato, inclusi i gliomi maligni. Uno degli elementi del meccanismo d’azione del Minerval  è la rapida attivazione della sintesi della sfingomielina (SMS). Si tratta di risultati che confermano il ruolo della membrana del plasma nei suoi effetti anticancerogeni: ad essere coinvolta è la struttura della membrana cellulare. Siamo di fronte alla nuova era della lipidid therapy e sulla scoperta di molecole che replicano in qualche modo il funzionamento della struttura lipidica. Questa terapia induce un aumento della proteina antiproliferativa p21. Circa la metà di tutti i tumori trasformano le cellule con mutazioni in p53 la cui funzione nelle cellule normali, sane, consiste nel controllare il corretto funzionamento del ciclo cellulare. I trattamenti con 2OHOA hanno determinato una riformulazione della membrana cellulare cancerosa nella quale l’inibizione di SCD1 (stearoyl-CoA desaturase) sembra svolgere un ruolo chiave. Si segnala che l’Università dove lavora il prof. Escribà ha incluso nello studio REMBRANDT 343 pazienti: REMBRANDT esplora il ruolo potenziale dei geni per modificare la prognosi dei pazienti affetti da cancro cerebrale.

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Melatonina, terapia anticancro adiuvante

Atossica, favorente l’apoptosi, ovvero il suicidio delle cellule tumorali malate, antiproliferativa, anti-angiogenetica: proprietà che esplica sia contro tutti i tumori solidi sia contro quelli liquidi. Stiamo parlando della melatonina che, in vari studi sia in vitro sia in vivo, nell’arco degli ultimi 30 anni, ha dimostrato una diretta azione anticancro, come si legge nelle review pubblicata nel 2013 sull’International Journal of Molecular Sciences (che si allega). Uno dei maggiori esperti in Europa del trattamento con melatonina è il prof. Lissoni, radioterapista, che esercita al S. Gerardo a Monza. Fra i luminari nel campo della neuro-psico-immunologia.

La melatonina, a specifici dosaggi che vengono stabiliti sulla base del soggetto – si inizia con dosaggi bassi per aumentarli gradualmente – induce il turn-over cellulare e la  rigenerazione delle cellule tumorali in cellule sane grazie al meccanismo dell’effetto citotossico (apoptosi). In alcuni studi, citati nella review, le cellule tumorali del seno, in epserimenti in vitro, a concentrazioni ben precise di melatonina, vengono ridotte nel numero e nella vitalità dopo 48 ore. Uno dei meccanismi di mediazione della melatonina è la soppressione del recettore EGFR e dell’attività del MAPK. La melatonina riduce l’angiogenesi tumorale, inibisce l’espressione di HIF-1 alfa proteina, induce l’ipossia nelle cellule del cancro e agisce sul fattore di crescita endoteliale-vascolare VEGF. E’ noto che la chemioterapia – si legge nell’articolo scientifico – provoca un calo evidente nei livelli di melatonina. Le conclusioni di questo studio sono chiare: la melatonina è una terapia adiuvante molto utile sia nelle fasi iniziali del tumore sia in fase metastatica. Qual è l dose ideale di melatonina? Non è stata ancora standardizzata. Ma, in base a vari studi e alle ricerche di oltre 30 anni di attività, stando alla review, si indica una dose iniziale di 20-40 mg (distribuiti durante il giorno per raggiungere la concentrazione massima di sera) fino ad un massimo di 1000 mg.

 

 

Leggi qui la review Melatonin Review

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AIRC contro metodo Hamer

Nella newsletter inviata dall’AIRC si affronta il metodo Hamar che viene definito un metodo “basato su premesse non scientifiche”. l’AIRC imputa addirittura a questo metodo la responsabilità di aver provocato il decesso di diversi pazienti. E così l’Associazione italiana ricerca contro il cancro assume una posizione netta di aperta contrarietà nei confronti della cosiddetta ‘nuova medicina germanica’ e della variante denominata ‘biologia totale’. Secondo l’AIRC si tratterebbe di teorie che non sono mai state sottoposte a seria sperimentazione. L’AIRC mette all’indice anche il presupposto da cui parte il metodo Hamer, ovvero l’origine psichica del tumore che, appunto, si manifesterebbe come conflitto non risolto e sulla base delle varie tipologie di conflitto attaccherebbe questo o quell’organo. “Oltre ad essere infondati – si legge – i principi del metodo negano tutto quello che è stato scientificamente dimostrato sul funzionamento dell’organismo sano e di quello malato”. Inoltre – si legge ancora – “il metodo Hamer rinnega l’uso dei farmaci provocando nei pazienti che lo seguono gravi ritardi nelle terapie e trasformando così tumori curabili in forme incurabili”. Resta da chiedersi come mai molti medici, anche oncologi, anche pubblicamente, promuovono questo metodo e portano anche casi di speranza… Resta da chiedersi come mai i libri di Hamer, tradotti in tutto il mondo, continuino a circolare, se effettivamente chi seguisse questo approccio, da ammalato, andrebbe incontro ad  un rischio molto alto, stando all’AIRC, di morire…Se le società scientifiche svizzere, incluso l’Istituto elvetico per la ricerca oncologica applicata, già nel 2001 avevano manifestato la loro contrarietà ad applicare questo metodo; nel 2011 la stessa conclusione fu resa nota dall’Istituto nazionale per la salute e la ricerca medica. Si è aggiunto anche l’oncologo americano David Gorski, direttore della Divisione di chirurgia della mammella alla Wayne State University School of Medicine di Detroit, che bolla il metodo come “pericolosa ciarlataneria”. Come mai tutto questo accanimento adesso contro questo metodo? Che cosa è successo negli ultimi tempi? Qualcosa sta facendo paura? Noi, nel numero in uscita del magazine free press, abbiamo chiesto il contributo di un dottore, Claudio Trupiano, che applica il metodo. Non perdetevi il suo contributo!

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Formaggi vegetariani?

Ma i vegetariani possono mangiare formaggi? In teoria no, visto che sono realizzati con caglio animale… Certo, in commercio, in alcuni circuiti biologici, si possono trovare formaggi prodotti con caglio vegetale, ma deve essere esplicitato in etichetta. Infatti, quasi tutti i formaggi contengono caglio animale, estratto dalle interiora di vitelli, agnelli e capretti durante la macellazione. Il caglio che cos’è? Una sostanza acida necessaria nel processo di produzione per la coagulazione della proteina del latte. In etichetta, di solito, non viene specificato il tipo di caglio usato. Anche la dicitura ‘caglio naturale’ può indicare caglio animale. Fra i formaggi con caglio animale rientrano i brie e i prodotti italiani DOP, inclusi il grana padano e reggiano, asiago, pecorino romano. Anche la mozzarella può essere preparata con caglio animale o vegetale. Dovrebbero avere invece caglio non animale alcuni formaggi bio e quelli certificati Kosher: cosa che è una garanzia di di cibo puro in quanto viene sottoposto a rigorosi controlli.

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I benefici del carciofo

Le proprietà del carciofo cambiano a seconda di come viene cucinato. Cotto è più ricco di ferro. Crudo ha un’azione epatoprotettiva e riduce il colesterolo. Lesso aumenta la massa intestinale. Il consumo del carciofo migliora la sintomatologia di pazienti sofferenti di dispepsia e di disturbi funzionali del fegato, grazie alla presenza di cinerina dotata di specifica azione epatoprotettive  e ipocolesterolemizzante, ovvero riduce il colesterolo. La bollitura, però, elimina questa sostanza. Il carciofo presenta un’azione ipocolesterolemizzante anche grazie al fatto che interviene sul metabolismo lipidico, sia aumentando l’escrezione del colesterolo attraverso la bile, sia accelerando la conversione del colesterolo attraverso la bile, sia accelerando la conversione del colesterolo in acidi biliari. Utile in caso di anemia soprattutto quando viene cotto, perché gli zuccheri e i tannini presenti apportano una maggiore quantità di ferro rispetto a quando il carciofo è crudo. Il carciofo stimola la secrezione di bile da parte delle cellule del fegato (azione coleretica) e ha qualità diuretiche e depurative. Crudo svolge un’azione epatoprotettiva e drenante sul fegato che fa aumentare la diuresi ed è in grado di attivare la peristalsi, regolarizzando le funzioni intestinali. Il carciofo è controindicato in caso di allergia alle specie di Asteraceae, famiglia a cui appartiene. Sconsigliato in caso di occlusione delle vie biliari, calcolosi biliare, diverticoli, meteorismo. Non è indicato nelle donne che allattano, in quanto inibisce alcuni enzimi indispensabili alla lattazione.

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Integratori, siamo sicuri?

Non possono sostituire una dieta equilibrata, ma il loro uso può essere utile in particolari casi: gravidanza, menopausa, attività sportiva. La loro immissione in commercio viene approvata solo a fronte di una assoluta sicurezza per il consumatore. Ad ulteriore garanzia, in Italia gli stabilimenti di produzione sono autorizzati dal Ministero della Salute che verifica anche composizione e correttezza delle diciture sulle etichette, notificate dall’impresa all’atto della commercializzazione. Gli integratori contengono vitamine, sali minerali, amminoacidi, antiossidanti e altre sostanze nutritive comunemente presenti nel cibo, in forma singola o combinata, concentrati sotto forma di ‘dosi’: tavolette, capsule, compresse, bustine, fiale o gocce. Possono contenere erbe gli integratori? Sì, ma non vanno confusi con le fitomedicine che sono farmaci a tutti gli effetti. Gli integratori a base di erbe sono sempre e comunque alimenti, ma anziché apportare nutrienti forniscono principi attivi in grado di supportare le funzioni fisiologiche dei vari apparati dell’organismo (regolarità intestinale, buona digestione, qualità del sonno, trofismo del microcircolo). Gli integratori vengono assimilati proprio come accade per il cibo, perché dall’apparato digerente entrano nel flusso sanguigno attraverso la parete intestinale per poi svolgere la loro funzione. Ogni nutriente esiste in diverse forme chimiche che possono influenzare la sua biodisponibilità, ovvero la capacità dell’organismo di assorbirlo completamente. Per conoscere se un integratore rispetta i requisiti di legge si può consultare il registro nazionale degli integratori disponibile sul sito www.salute.gov.it

Attenzione però a non acquistare gli integratori sul web dove si possono trovare prodotti provenienti da ogni parte del mondo, anche da Paesi con legislazioni diverse rispetto all’Italia che sfuggono ai controlli con potenziali rischi per la salute.

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VEG JUNIOR, DIETA PER I PICCOLI

Veg Junior, la dieta per i più piccoli… Perché è dimostrato scientificamente che anche i nostri figli possono essere nutriti secondo i canoni della dieta vegetariana, purché sia corretta e bilanciata, senza incorrere in errori, carenze alimentari. Segnaliamo la lettura del libro Veg Junior scritto dalla giornalista e mamma Nicla Signorelli che si basa sulle ricerche inconfutabili su questi argomenti condotte da T. Colin Campbell, Luciano Proietti, Michela De Petris, Debora Rasio.

Cibo biologico oppure no? Limitare i carboidrati? E se la frutta è piena di pesticidi? Il lievito madre sgonfia la pancia? Davvero il latte aumenta l’allergia? E le uova, così ricche di colesterolo, vanno eliminate? C’è chi consiglia di ridurre i latticini contro l’asma, chi il pomodoro e le uova per la dermatite, chi il glutine per il mal di pancia e chi il cioccolato per il mal di testa. Ma qual è la scelta giusta per l’alimentazione dei nostri figli? Veg junior, dieta per i piccoli risponderà a queste domande e non solo….

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Sos pancia, rimedio naturale

Sos pancia gonfia? Ecco un rimedio naturale che può lenire i fastidiosi sintomi collegati anche alla sindrome del colon irritabile. Si tratta di una tisana da preparare con foglie di menta e quelle di tè verde. Questa bevanda agisce sulla flora intestinale, agevolando la depurazione e la disintossicazione del colon. Si prepara una tazza di tè verde, usando mezzo cucchiaino di tè verde essiccato e lasciandolo in infusione per circa 5 minuti insieme, appunto, a foglie di menta fresca. Si beve quando è necessario ma anche tutti i giorni dopo i pasti principali. I fastidiosi sintomi da lenire sono quelli associati a tensioni e gonfiori addominali. Certo, il fattore psicosomatico esercita un ruolo importante nella comparsa e nel peggioramento dei sintomi caratteristici della sindrome del colon irritabile. In ogni caso, la diagnosi del disturbo del colon irritabile deve essere confermata dal medico, dopo aver escluso altre malattie che interessano l’intestino, attraverso esami gastroenterologici specifici, come il dosaggio della calprotectina fecale, un indice di infiammazione e la ricerca del sangue occulto nelle feci. E a chi vuole disintossicare fegato e reni si segnala la Thuja occidentali o il gemmoderivato di limone, Citrus limonum: vengono diluite 60 gocce in un litro d’acqua, da bere a sorsi per un mese, in tutte le stagioni.

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Lavori troppo? Rischi l’ictus

Lavori troppo? Rischi l’ictus…Chi superlavora, sebbene controlli i fattori di rischio che dipendono da noi (attività fisica, corretta alimentazione, no fumo, no alcol), in ogni caso è esposto a possibilità significativamente più alta di incorrere in un ictus cerebrale che si dimostra essere il nemico numero uno dei ‘malati di lavoro’, staccando di diverse lunghezze l’infarto. Si tratta di un risultato di un’ampia indagine epidemiologica condotta sulle conseguenze degli orari di lavoro sulla salute e pubblicata sulla rivista medica The Lancet. Lo studio ha analizzato i dati raccolti in 17 ricerche che hanno coinvolto oltre 528 mila fra uomini e donne di diversi Paesi europei. L’analisi ha dimostrato che l’aumento del rischio di incorrere in quelle gravi patologie cardiovascolari è ‘dose-dipendente’. Insomma, superate le 40 ore, il lavoro inizia a trasformarsi come una sostanza tossica all’interno del nostro organismo. Vediamo i dati: chi lavora dalle 41 alle 48 ore settimanali presenta un rischio di incorrere in un ictus del 20 per cento superiore a chi lavora tra le 35 e le 40 ore; sale al 27 per cento in più se si lavora dalle 49 alle 54 ore, fino addirittura al 34 per cento in più se si supera anche quella soglia. Inoltre, a questi livelli di lavoro particolarmente elevati inizia a diventare significativo anche il maggior rischio di infarto, con un aumento del 13 per cento circa rispetto a chi ha un orario di lavoro più sensato. I ricercatori mettono in evidenza che questo aumento di rischio riguarda tutti, indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla condizione socio-economica e da tutti gli altri fattori di rischio noti: fumo, alcol, attività fisica e livelli di colesterolo nel sangue. Pertanto, se qualcuno per qualche motivo corre già un rischio superiore, diciamo del 20 per cento a quello della popolazione generale, a quel 20 per cento si aggiunge un’ulteriore percentuale di rischio legata al superlavoro. I motivi del collegamento fra ictus e superlavoro non sono chiari: il primo imputato sembrerebbero essere gli elevati e protratti livelli di stress.

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